Didacta: Trasformare l’educazione per il futuro. I docenti del Gonzaga a Firenze.

Dal 27 al 29 settembre 2017 un gruppo di otto tra docenti e coordinatori didattici dell’Istituto Gonzaga partecipa a Fiera Didacta Italia, il più importante appuntamento fieristico europeo sul mondo della scuola. Didacta International, da oltre 50 anni organizzata in Germania, approda in Italia, trasformando per tre giorni Firenze nella capitale europea della scuola del futuro.

Fiera Didacta Italia è rivolta a docenti, dirigenti scolastici, educatori e formatori, con l’obiettivo di favorire il dibattito sul mondo dell’istruzione con convegni e seminari che spaziano dall’area tecnologica a quella scientifica e umanistica, fino allo spazio d’apprendimento.

Didacta Italia è patrocinata dal Miur e dal Dipartimento delle Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Indire è partner scientifico ed organizzatore degli appuntamenti della manifestazione.

 

Ecco le esperienze e le riflessioni “a caldo” dei nostri docenti partecipanti:

 

WORKSHOP 27 SETTEMBRE 2017

 

AUTOVALUTARE LE COMPETENZE DIGITALI DEGLI INSEGNANTI

Dal diario del preside dei licei, Padre Eraldo Cacchione S.J.

In che modo i docenti possono sviluppare le loro competenze digitali in ambito didattico? Quali strumenti possono aiutarli a riflettere sull’uso della tecnologia a scuola, a migliorare costantemente la creazione di contenuti, la collaborazione e la comunicazione online e a gestire la rete in maniera sicura e costruttiva?

Il workshop è stato incentrato sui principali approcci e strumenti utilizzati oggi in Europa per la formazione e il miglioramento professionale dei docenti in ambito digitale. In particolare, è stato presentato MENTEP (Mentoring Enhanced Technology Pedagogy), uno strumento digitale per l’autovalutazione delle competenze digitali dei docenti, attualmente in sperimentazione in 10 Paesi europei e in 50 scuole italiane. Una versione “immersiva” del tool ha permesso ai partecipanti al workshop di passare dall’autovalutazione delle proprie competenze alla messa in atto, in un ambiente virtuale, di alcune abilità digitali. Una sfida interessante, i cui limiti e potenzialità sono stati testati dal vivo dal gruppo di partecipanti e discussi durante l’incontro.

Importantissimo sottolineare che prima della dimensione tecnologica vi è una dimensione linguistica: non si innova dal nulla. L’insegnante, forte dei suoi saperi critici, innova le strategie didattiche partendo da quello che sa.

Il valore del seminario è stato dunque lo stimolo alla riflessione a lavorare sullo sviluppo delle proprie competenze digitali tramite l’autovalutazione, per un miglioramento continuo: l’autovalutazione come stimolo al miglioramento.

In particolare l’esercizio: Autovalutiamoci sulla competenza “progettare attività didattiche coinvolgenti con le TIC” ha consentito di raccontare come uso le mie competenze digitali per creare una strategia didattica coinvolgente

Sperimentiamo nell’ambiente “Edmondo” la creazione di un pannello con una immagine che, se toccato dall’utente virtuale che vi si avvicina, mostri le informazioni circa l’immagine e il suo autore. Questa pratica serve a creare delle descrizioni di oggetti, che contengano informazioni che possano essere apprese dagli studenti in modo coinvolgente. Questo avviene portando gli studenti in un ambiente interattivo.

Riflettiamo sull’esercizio svolto onde capire cosa significa “competenza tecnologica”, o “competenza digitale”. Cosa è una “competenza tecnologica”? È la capacità di esplorare interfacce oscure, lavorarci sopra, e fare inferenze circa in che modo questa tecnologia “nuova” per noi può diventare strumento didattico utile.

Dunque: l’insegnante “tecnologicamente competente” non è quello che conosce perfettamente le tecnologie (che peraltro si aggiornano sempre), bensì quello che è capace di esplorare interfacce sconosciute ed inferire funzionalità.

 

PROGETTIAMO LA SCUOLA INSIEME

Dal diario del preside dei licei, Padre Eraldo Cacchione S.J.

Il workshop è stato organizzato da INDIRE, sulla linea di Spazi educativi, architetture scolastiche.

Il workshop proposto è finalizzato a dare risposta alla domanda: quale scuola progettare e perchè? Nel rapporto tra spazio e didattica sono coinvolte una serie di prospettive diverse: quelle della scuola, con la sua rete di rapporti con enti e associazioni che la supportano dall’esterno; quella dei progettisti, degli architetti e dei tecnici impegnati nell’elaborazione e realizzazione del progetto; quella della committenza e dei referenti delle amministrazioni coinvolte nella progettazione di scuole. La prima fase del workshop è incentrata sullo svolgimento di un brainstorming visivo. La seconda fase consiste nella definizione e nella stesura di un piano organizzativo a indirizzo pedagogico che indichi come e dove la scuola vuole lavorare. Il piano prende forma in un plastico realizzato con materiali poveri durante la sessione. L’incontro ha dato vita un percorso di progettazione condivisa per ripensare l’organizzazione degli spazi interni ed esterni della “scuola che verrà”, analizzando possibili soluzioni riguardanti la qualità e la funzionalità degli ambienti, la relazione tra spazi e discipline e la ricaduta delle diverse scelte sull’orario didattico.

In sintesi: è finita la didattica trasmissiva, e dunque è finita la didattica con l’aula frontale  Si tratta di riprogettare spazi ad hoc.

Una esercitazione sul campo lo ha dimostra. Ogni gruppo ha messo in priorità un’aula nuova, decisamente destrutturata. E poi gli spazi esterni e gli spazi di condivisione.

L’esercizio seguente è stato quello di dare “un nome nuovo” a spazi vecchi. E’ seguito il “sogno guidato” dello spazio che desideriamo e immaginiamo come quello in cui stiamo meglio. E’ seguita la costruzione del plastico, seguito dall’idea di dare al plastico un titolo. Il gruppo nostro l’ha intitolato “la scuola intorno”. In esso c’erano aule che si guardano, biblioteca diffusa, etc.

 

LABORATORIO E-SPACE LEARNING

Dal diario della prof.ssa Lavinia Robba

Qual è la relazione tra gli stili di insegnamento e gli spazi educativi per l’apprendimento nel nuovo millennio? La progettazione e la riconfigurazione degli ambienti in cui insegniamo e apprendiamo è rivista in questo workshop in chiave interattiva, analizzando come oggi gli spazi educativi si espandano tra il reale e il virtuale, e come sia necessario e rilevante chiedersi come sfruttare al meglio le sinergie tra lo spazio architettonico, la pedagogia e l’uso della tecnologia nell’aula. Durante il workshop i partecipanti hanno avuto la possibilità di ripensare agli spazi educativi come elementi essenziali per fomentare diversi modi di imparare e diverse interazioni tra insegnanti e studenti. Il workshop presenta il modello della Future Classroom Lab (FCL) creata da European Schoolnet, un ambiente d’apprendimento ideato a Bruxelles come modello di integrazione tra design e tecnologie supportato da teorie pedagogiche. La FCL consta di sei zone di apprendimento, ognuna identificata con un verbo che sottolinea l’azione pedagogica privilegiata in quell’area: creare, interagire, presentare, ricercare, confrontarsi, sviluppare. Durante il workshop, i partecipanti hanno avuto la possibilità di valutare come ognuna di queste zone (e i concetti pedagogici che la accompagnano) possa essere riprodotta in diversi ambienti e contesti. L’incontro ha offerto inoltre l’opportunità di interazione per identificare come ognuno di questi elementi si articoli in chiave virtuale e come le tecnologie diventino un mezzo per sviluppare congiuntamente competenze trasversali e competenze digitali.

Abbiamo iniziato con la richiesta di descrivere, in tre parole chiave, i nostri ambienti di lavoro. Un wordlet ha elaborato le parole più usate, che sono apparse “luminoso” e “angusto”.  Si è poi passati ad uno studio “architettonico” su come deve essere strutturata un’aula. Si è partito da un aula tradizionale con i banchetti in fila, per passare a un’aula con grandi banconi di laboratorio l’uno accanto all’altro, fino ad arrivare a situazioni con banchi ad isola. Alla fine abbiamo esaminato la configurazione migliore, che è emersa per la sua flessibilità. Si è dunque passati al design dell’aula ideale. Essa deve poter svolgere queste funzioni essenziali: investigate, create, present, exchange, development. Ne è venuta fuori un’aula di 200 mq in cui ci siano diversi spazi.Tuttavia questa visione iperbolica ci fa capire che in una scuola devono esserci spazi diversificati, o flessibili, dove poter espletare tutte queste cinque diverse funzioni.

 

SPACED LEARNING 

Dal diario della prof. Lucia Sessa

Lo Spaced Learning è una metodologia didattica basata su una particolare articolazione del tempo della lezione: a tre momenti di didattica, se ne intervallano due di pausa. Il quadro teorico di riferimento è la ricerca delle neuroscienze, pubblicata nel 2005 da R. Douglas Fields su “Scientific American”, sul meccanismo di creazione della memoria a lungo termine. Il workshop prevede la progettazione di una lezione in modalità Spaced Learning, successiva a un’introduzione sui fondamenti teorici di questa metodologia. Il presupposto scientifico è che l’attenzione dei ragazzi scema dopo 15 minuti. L’impianto didattico prevede alcune fasi:

  1. Introduzione, in cui si passano i nuclei fondamentali (comunicazione chiara, con parole chiave che permettano ai ragazzi di focalizzare l’argomento centrale).
  2. Break – 10 minuti. In questo break i ragazzi devono parlare di altro.
  3. Momento didattico dell’ “espansione”. Qui preferibilmente dovrebbe parlare un video. Meglio video “didattici”, non troppo lunghi, senza disturbo di musiche o altro, che consenta agli alunni di elaborare riflessioni anche attraverso appunti.
  4. Altro break
  5. Fase finale: qui i ragazzi diventano protagonisti. È il momento della realizzazione di mappe concettuali; possono loro stessi dare spiegazioni, può essere il momento della verifica verbale o in cui si visualizza sulla LIM quello che si è capito.
  6. L’ultima fase, la valutazione, consiste in un test finale, interattivo, che contempli sia la somma delle conoscenze, sia la ripresa (successiva) dei punti deboli emersi.

 

TECNOLOGIE E DISABILITÀ  – Seminario tenuto dall’ASPI

Dal diario della prof.ssa Lucia Sessa

Le nuove tecnologie sono riuscite negli ultimi anni a promuovere la partecipazione sociale di persone con diversi tipi di disabilità: dalle difficoltà visive, uditive e motorie, a quelle mentali e cognitive, ai disturbi specifici dell’apprendimento e all’autismo. Il workshop ha lo scopo di illustrare attraverso video ed esperienze dirette l’utilizzo di ausili informatici specifici per promuovere l’inclusione delle persone con disabilità nella scuola, nel lavoro e nella società.  L’incontro mostra come gli strumenti tecnologici possono concretamente favorire l’autonomia, promuovere l’apprendimento e sviluppare competenze utili alla vita quotidiana. Ci si è concentrati in particolare su disabilità di tipo visivo e motorio e sulla personalizzazione dei PC e smartphone per disabili. Oggi sono numerosissime le app che aiutano a gestire moltissime disabilità, in particolare per handicap di tipo auditivo e visivo. E vanno conosciute dai docenti.

Fomdamentale l’assistenza di centri per gli ausili GLIC (www.centriausiil.it), che offrono consulenze gratuite e permettono di provare gli ausili idonei alla disabilità.

 

TEAL – TECNOLOGIE PER L’APPRENDIMENTO ATTIVO

Dal diario del prof. Alessio Cirrito

L’incontro ha avuto lo scopo di presentare l’approccio TEAL (Technology Enhanced Active Learning), una metodologia didattica progettata nel 2003 dal MIT di Boston e inizialmente pensata per l’insegnamento della Fisica agli studenti universitari che vede unite lezione frontale, simulazioni e attività laboratoriali su computer, per un’esperienza di apprendimento ricca e collaborativa. La classe TEAL, in cui spazi e tecnologie sono strettamente interconnessi, prevede una serie di strumenti tecnologici da utilizzare in spazi con specifiche caratteristiche, con arredi modulari facilmente riconfigurabili a seconda delle necessità. Attorno alla postazione centrale del docente sono disposti alcuni tavoli rotondi che ospitano gruppi di studenti in numero dispari e l’aula è dotata di alcuni punti di proiezione sulle pareti. Per favorire l’istruzione tra pari, i gruppi sono costituiti da componenti con diversi livelli di competenze e di conoscenze. Il docente introduce l’argomento con domande, esercizi e rappresentazioni grafiche. Poi ogni gruppo lavora in maniera collaborativa con l’ausilio di un device col quale effettuare esperimenti o verifiche.

La parte “frontale” della lezione non va del tutto abbandonata, perché rimane importante.

L’approccio didattico, sperimentato dal MIT, è molto interessante per il Gonzaga, che ha le risorse, tecnologiche e architettoniche, organizzative (divisione in dipartimenti) che si prestano per sviluppare questa metodologia.

Sono stati presentati tutti gli step di una metodologia molto semplice:

  1. il docente pone il problema (problem posing)
  • Si divide la classe in gruppi, o autonomamente o di composizione guidata dal docente.
  • Problem solving: ogni gruppo risponde alla consegna data dal docente.
  • I gruppi presentano il feedback sul problema.
  • Valutazione formativa e soluzione del problema da parte del docente (valutazione per competenze).

Elementi rilevanti: utilizzo delle TIC all’interno della fase del problem posing e del problem solving. La tecnologia aiuta affinchè che il tema resti più profondamente impresso nell’alunno. Quali tecnologie? Ogni tecnologia.

 

THINKING ROUTINES E IL PENSIERO DEI MAKER IN CLASSE

Dal diario della prof.ssa Maria Sammartano

Laboratorio organizzato da INDIRE, tenuto da un team di psicologhe e docenti che fanno parte del manifesto delle avanguardie educative. Il laboratorio è stato organizzato come una lezione dialogata. Abbiamo svolto personalmente alcune Thinking Routines e abbiamo ricevuto anche informazioni sulla storia e le caratteristiche di queste ultime.

Le Thinking Routines sono delle strategie atte a sviluppare le strategie proprie del pensare e del comprendere. Una thinking routine deve essere ripetuta costantemente all’interno del proprio contesto educativo e deve diventare un elemento culturale (strutturale) del contesto. Esse sono dei protocolli che insegnano a pensare.

Le T.R. sono state analizzate per la prima volta negli anni ’80 da Project zero, un gruppo di ricerca della Harvard Graduate School of Education di Cambridge (Boston), in particolare nell’ambito del progetto Visible Thinking.

Esistono tanti tipi di pensiero e altrettante Routines. Possiamo individuare 4 categorie di Routines che servono per raggiungere quattro macro obiettivi

-comprensione (understanding)

-rispetto (fairness)

-verità (truth)

-creatività (creatività)

Ci sono otto forze che influenzano la classe :

1 le Routines;

2 il linguaggio che un docente usa;

3 il tempo;

4 le opportunità che offriamo alla classe (che vanno progettate);

5 il modellamento (l’osservazione di un modello e l’imitazione);

6 le interazioni;

7 l’ambiente educativo;

8 le aspettative del docente rispetto ai ragazzi e quelle dei ragazzi rispetto a se stessi.

 

Prima attività: see-think-wonder (osserva, pensa, esponi dubbi o domande/richieste per interpretare).

Osservazione di una foto  (per un tempo stabilito)

Richiesta di esporre ciò che si vede

Richiesta di ipotizzare cosa sta succedendo nella foto

Domande o richieste da porre per comprendere meglio

Un lavoro di questo tipo si serve di un’immagine e del suo potere evocativo. Stimola gli alunni a fare una osservazione lenta e profonda, li stimola a pensare e dare una interpretazione , infine li pone nella situazione di fare domande per spingersi oltre nella riflessione e nella interpretazione

 

Seconda attività: Connect-extend-challenge

Visione di un filmato girato da un docente nella International School of Amsterdam con ragazzini di 11-12 anni

I bambini hanno visto il giorno precedente in video su Lucy e le scoperte successive al suo ritrovamento. Il giorno successivo il docente fa svolgere questa attività

Connect: connetti, fai collegamenti tra ciò che già sapevi è quello che stai vedendo, apprendendo adesso

Extend: estendi verso nuove direzioni, quali nuove idee ti sono venute in mente ed hanno esteso il tuo pensiero

Challenge: sfida, quali sono l sfide, i dubbi le domande che l’attività ha sollecitato e messo in moto nel tuo cervello.

I ragazzi dunque dopo avere visto il video a scuola riflettono a casa, poi a scuola vengono divisi in piccoli gruppi e condividono (appuntando le idee sui post it) , infine condividono col docente.

Questa attività rende visibile l’apprendimento, aiuta i ragazzi a esplicitare i collegamenti, li aiuta a sviluppare nuove idee, li pone a confrontarsi con sfide dubbi, su qualcosa su cui si deve ancora riflettere

Annotazioni: i bambini usano la terminologia adatta con naturalezza (vuol dire che usano questa thinking routine abitualmente).

Suggerimenti per il docente: come scegliere materiali e argomenti (possibilità di effettuare collegamenti, possibilità di trovare nuove informazioni, possibilità di porsi nuove domande).

La T.R. richiede tempo e terminologia adatta, bisogna fornire esempi chiari di connessioni e estensioni significative.

Ultima parte: sustainable innovation cioè sostenibilità dell’innovazione

Qual è la vita media di un progetto innovativo?

Quanto può durare?

A quali condizioni?

Gli studi rivelano che la vita media è di 5 anni.

Le condizioni che servono: attenzione al contesto (mai pensare che il progetto sia un’ istallazione ma pensare che sia un modello ecologico ampio che lavora a tutti i livelli della scuola)

Perkins suggerisce 4 strategie:

1 framework pedagogico: flessibilità del progetto, parsimonia (pochi progetti), coerenza;

2 leadership: il dirigente deve essere aiutato da un piccolo team di docenti;

3 community: creare dei ponti per eliminare diffidenza, dare dei ruoli di coinvolgimento (di vario grado: dal coinvolgimento totale a quello solo parziale) ai docenti, per dare a tutti la possibilità di contribuire senza sentirsi schiacciati.

4 istituzionalizzazione dei processi di innovazione.

Giudizio globale: attività condotta bene. Mi aveva incuriosito il fatto che si parlasse di strategie valide per tutti gli ordini e i gradi e per tutte le discipline. Alcune delle attività proposte le mettiamo già in pratica al Gonzaga, ma è stato incoraggiante sapere che ciò che facciamo rende visibile il pensiero e soprattutto questo deve essere esplicitato ai ragazzi.

 

WORKSHOP 28 SETTEMBRE 2017

 

PROMUOVERE LE COMPETENZE STRATEGICHE NELL’APPRENDERE NELLA SCUOLA SECONDARIA

Dal diario della prof.ssa Maria Sammartano

Il percorso è stato orientato a promuovere le competenze strategiche nell’apprendere – ponendo particolare attenzione ai processi cognitivi, metacognitivi, motivazionali e affettivi, anche attraverso l’accompagnamento personalizzato degli allievi – e a incentivare una prassi didattica capace di valutare e sviluppare le competenze strategiche trasversali in classe (nel biennio) e nell’alternanza scuola-lavoro (nel triennio).

Il seminario è stato condotto da una professoressa di pedagogia. Il progetto si chiama Apprendo, ed è volto a stimolare negli studenti del biennio del liceo la competenza Imparare a imparare.

Metodo: si parte dal profilo in uscita. Si cercano gli aspetti più legati alla competenza imparare ad imparare. Si formano gli insegnanti che siano dei tutores capaci di seguire gli studenti nel loro percorso per evitare che i ragazzi “si perdano”. Quindi arriva l’esperta che insegna ai docenti a disegnare un curriculum per competenze, e come connettere la progettazione didattica con la valutazione e certificazione delle competenze.

A questo scopo è stato creato un sito: competenzestrategiche.it

Viene somministrano ali studenti un QSA (Questionario sulle Strategie di Apprendimento); sulla base di essi rilevano i risultati che emergono. Spiccano, per esempio, nel classico l’apprensione da prestazione… e così via. Viene dato agli studenti un Journal per fare Journaling, appuntare la propria situazione di giorno in giorno, per affrontare una specifica difficoltà. Segue una valutazione del percorso di crescita, in tre tappe di monitoraggio.

Al triennio: quali competenze del profilo in uscita desideriamo potenziare con i percorsi di ASL? E come le valuto? Qui al posto del diario si crea un portfolio digitale, sceglie gli ambiti della competenza scelta da potenziare, monitora il suo percorso e alla maturità presenterà in questo modo il percorso di ASL. In questo processo vengono usate schede autovalutative degli studenti, e una piattaforma che si chiama paperless school.

 

SCIENTIX E L’APPRENDIMENTO DELLE STEM

Dal diario del preside dei licei, Padre Eraldo Cacchione S.J.

SCIENTIX e il rinnovamento dell’insegnamento delle scienze in europa è il tema del workshop. SCIENTIX è il progetto europeo che fornisce ai docenti occasioni formative di alta qualità per motivare gli studenti agli studi scientifici e contribuisce allo sviluppo di iniziative nazionali per una più diffusa adozione di approcci efficaci e coinvolgenti all’educazione scientifica. SCIENTIX ha creato a questo scopo un ricchissimo portale e una comunità aperta e internazionale di docenti, ricercatori in ambito pedagogico, decisori politici e altri professionisti dell’educazione STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Un gruppo di entusiasti docenti Ambasciatori, durante questo workshop, ha fatto conoscere le opportunità offerte da SCIENTIX e alcune esperienze concrete, ispirate da questo progetto, realizzate con i propri studenti.

Scopo di Scientix è di mettere in connessione a livello europeo chi si occupa di insegnamento scientifico. In che modo? Costruendo un portale in cui sono stati raccolti tutti i progetti che Europa e Italia hanno finanziato sull’educazione scientifica: www.scientix.eu

In questo portale ci sono moltissime risorse, anche per la formazione (diversi webinar). Scientix fornisce ai docenti di STEM di creare dei team di lavoro.

Il workshop inizia con una “consultazione” fatta con un “wordlet condiviso”, che permette di avere una “statista visiva” che viene aggiornata in tempo reale. Questo sistema funzione con www.menti.com

I progetti scientix si cercano su: http://www.scientix.eu/projects .

Scientix offre una piattaforma moodle dedicata (moodle.scientix.eu) Una volta entrati ci sono diversi corsi in moodle, quasi tutti in lingua inglese.

Viene presentato un corso di science and ecology, che può essere usato anche al livello liceale. È un corso in sei “lezioni”. Interessante che questo corso introduce il concetto di “impronta ecologica”.

Segue un altro corso Scientix – Lo studio del sistema solare teso a mostrare come tutti siamo formati della stessa materia.  L’approccio: concreto, aumentato, efficace, coinvolgente. Lo scopo: diffondere, appassionare, incuriosire, tutti. Per esempio, per spiegare con questo approccio e a questo fine cosa sia l’atomo, viene usato iPad con iScience AR (App più libro per la realtà aumenta). Un’altra App importantissima per l’insegnamento della chimica in realtà aumentata, è Elements 4D. Utilissimo, specie considerando che i nostri studenti hanno in dotazione gli ipads.

Quindi si passa ad osservare “in tempo reale” le origini dell’universo: il Big Bang. Viene usato un video dell’esa (Agenzia Spaziale Europea). Anche enti autorevoli come questo producono risorse utilissime. Per esempio vi sono pagine sul sito ESA che spiegano molto bene ad uso didattico fenomeni scientifici molto complessi.

Altra app che funziona molto bene: solarsystem. Ancora altre app: “Astrogatto”. Con app come questa si possono fare giochi, quiz, etc. Altri siti autorevoli: European Schoolnet Academy, che offre addirittura corsi MOOC molto validi.

Viene quindi presentata l’esperienza Nextlab, una collaborazione con Scientix.

Viene presentato il progetto go.lab (http://www.go-lab-project.eu/project ),

l’idea è quella di utilizzare laboratori virtuali in classe: lo studente va ad interagire tra misurazioni in realtà attuale e risorse virtuali. Es. phet colorado (https://phet.colorado.edu/it/ )

Enquiry Learning Spaces: online labs proposti da go-Lab: http://www.golabz.eu/labs  Qui ci sono numerosissimi corsi, utili per diverse discipline scientifiche. La parola chiave di questo tipo di laboratori è creare un learning space, un laboratorio online, presente in Go-Lab.

E con questo si introduce l’inquiry learning, approccio didattico basta sulla indagine/scoperta; ovvero, gli studenti fanno esperienza diretta dei fenomeni che stanno studiando.

proseguiamo con un laboratorio su arduino e flipped science

Si presenta un laboratorio fatto con ragazzi di terza media.

L’idea è di fare lavorare gli studenti a casa, e poi in classe. A casa si può fare molto con il l’inquiry Based Learning.

Lo studente si porta a casa dei sensori e svolge la consegna data dal docente. Si vede che poi a casa i ragazzi fanno anche di più della consegna, anche perché hanno il tempo.

Si è passati poi a farlo anche al Liceo Scientifico. È stato chiesto agli studenti di comprare Arduino, e noi insegnanti ci siamo impegnati a usare Arduino in tutti e cinque gli anni.  Un grande vantaggio di Arduino è la portabilità. Il sensore funziona anche a pila (9V), staccato dal computer.  Inoltre, Arduino ha una bella community di sostegno. Viene spiegato come si compra un set di Arduino (costo complessivo 35 euro, più batteria e SD card).

 

INNOVAZIONE SCOLASTICA E RETE

Dal diario del preside delle medie, prof. Vito Chiaramonte

Nel suo intervento Bondi sottolinea la “nuova” adolescenza con cui la scuola deve confrontarsi. Il Ministero ha avviato un gruppo di lavoro su questo tema. E per questo l’innovazione va portata a sistema, sia tramite reti organizzate sia tramite reti liquide.

La proposta è di creare una federazione dei movimenti che aiutano la scuola a trasformarsi.

Sullo schermo bianco in diretta l’esito della consultazione del pubblico. Alla richiesta di parole il sistema crea una nuvola con le parole ricorrenti … sistema grandioso!

Parla Daniela Pampaloni di Scuola senza zaino. La rete nasce come un piccolo gruppo di scuole toscane che propone un modello di scuola in evoluzione. Ci sono 18 scuole polo. La rete cresce per contaminazione, per decisione dei collegi dei docenti. La rete è anche una organizzazione, con promotori e formatori. Esiste un albo di formatori. Chi sottoscrive il protocollo è immerso in 50 ore di formazione. Ogni scuola ha un tutor che aiuta a gestire l’innovazione. La parola chiave è: comunità.

Si presenta Docenti vtuali e Insegnanti 2.0: sono comunità informali. Parola chiave: Autoformazione.

Sebastiano Pulvirenti presenta la Rete delle reti. Si mantiene l’autonomia delle singole reti e si valorizza l’autonomia delle scuole. Hanno un protocollo di intesa con Indire.

Piccole scuole… la parola chiave è: rigenerazione. Rammendo, nel senso di Renzo Piano. Le piccole scuole sono presidi educativi piccoli, in territori marginali. Includere è rammendare. La scuola tradizionale non serve a quei territori. La scuola diventa un’impresa sociale per la comunità.

Avanguardie educative si presenta con due parole chiave: “contaminazione” (carattere aperto e inclusivo), e “laboratorio” … nuovi spazi, nuove, nuove idee, sostenibili.

Viene presentato e-twinning … nata nel 2004, ha un carattere europeo, 59.000 insegnanti coinvolti. Formazione continua attraverso gemellaggio elettronico. La parola chiave è “supporto reciproco”… ho l’impressione che sia una non-rete.

 

VALUTAZIONE, MIGLIORAMENTO SCOLASTICO E PROCESSI DELL’INNOVAZIONE

Dal diario del preside delle medie, prof. Vito Chiaramonte

Il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV) è finalizzato al miglioramento degli esiti formativi ed educativi delle scuole. La valutazione assume quindi un ruolo fondamentale per conoscere e trasformare i processi di insegnamento/apprendimento e per promuovere l’innovazione. In quest’ottica è essenziale conoscere e interpretare i dati emersi dal monitoraggio sui Piani di Miglioramento elaborati e sviluppati dalle scuole. Questo workshop parte proprio da una presentazione di ciò che le scuole hanno fatto, non limitandosi ai soli dati quantitativi, ma applicando avanzate tecniche di analisi semantica sui contenuti dei piani. Il monitoraggio rileva l’impegno con cui le scuole si sono misurate con le nuove metodologie che stanno alla base della pianificazione del miglioramento, ma anche la tendenza ad attestarsi su traguardi “prudenti”, misurabili e raggiungibili nel breve periodo. Da molte parti si sostiene che per migliorare in modo rilevante il sistema scolastico non bastano misure limitate e circoscritte ma che occorre invece un’innovazione radicale dell’ambiente di apprendimento, più ambiziosa e più legata a una visione globale del futuro dell’educazione. Sorge allora un dubbio: è auspicabile che le energie orientate al cambiamento siano impegnate a raggiungere obiettivi di miglioramento circoscritti e documentabili o è bene che si valorizzi maggiormente l’operato di chi sperimenta soluzioni innovative radicali, capaci di scardinare la routine scolastica consolidata? Esperti delle due visioni del cambiamento della scuola si misurano in questo workshop in un confronto che tiene conto sia delle dinamiche in atto nel nostro Paese in seguito all’avvio del SNV, sia della iniziative in corso in ambito internazionale.

Modalità debate con aula impostata in modo geniale: due leggii, tavolo centrale con esperti, platee laterali che si spostano a seconda della tesi che appoggiano.

Si parte dal rapporto valutazione-innovazione. Si creano due tesi: innovatori vs valutatori-misuratori

 

WORKSHOP SULL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO: COSA CAMBIA

Dal diario del preside dei licei, Padre Eraldo Cacchione S.J.

Che cosa cambia nella scuola con l’Alternanza Scuola-Lavoro? In che modo le imprese possono concorrere alla trasformazione del sistema educativo? Come si coniuga il cambiamento in atto nella smart factory con la ricerca dell’innovazione didattica? Quali sono i modelli di apprendimento Work-Based che possono essere trasferiti nella scuola apportando contaminazioni, ma anche creatività e senso dell’organizzazione? L’alternanza formativa è certamente un’opportunità di crescita e di trasformazione del sistema scolastico, un affascinante percorso di andata e ritorno che dalla scuola conduce nei contesti di lavoro; un “circolo virtuoso” di idee e progetti in grado di generare il cambiamento della didattica. Ma è anche una sfida in cui insegnanti e dirigenti sono chiamati a confrontarsi con la realtà delle imprese, dei servizi e del terzo settore, con le loro complesse dinamiche, con la cultura del lavoro e con le diverse forme di innovazione efficace che oggi provengono dai contesti produttivi più avanzati.

Dal monitoraggio sull’Alternanza operato da INDIRE emerge che ci sono infiniti modelli, e quindi non ne esiste uno solo, riproducibile.

Alcuni aspetti rilevanti:

  • L’alternanza è dentro il curriculum;
  • È un modo per cambiare la didattica, a partire dalle materie di base.
  • L’insegnante può inserirsi con dei percorsi didattici coi quali gli insegnanti raccontano la l-alternanza, o gli studenti raccontano l’alternanza – per esempio anche con il diario di bordo.
  • La scuola deve essere in grado di recepire dai percorsi fatti nell’Alternanza, non solo dare studenti all’uno o all’altro dei percorsi di Alternanza.
  • In qualche modo, le competenze non sono “già date”, ma attraverso l’interplay tra scuola e ASL si devono “trasformare”.

Passare da un modello prestazione ad un modello trasformazionale: esaminiamo una esperienza di buone pratiche, quella della azienda 4.0 , con BHGE (Baker and Huges, a GE Company); che ha il suo quartier generale a Firenze, dove si producono turbine e compressori.

Il progetto è molto strutturato. Un primo anno di “esplorazione” dell’azienda, poi sulla base della preferenza espressa dai ragazzi, si è potuto scegliere un settore. In una terza  fase c’è stata una “simulazione di impresa” in azienda. I ragazzi hanno simulato di essere un lavoratore, e hanno dovuto risolvere un problema simulando un “business case”.

Segue tutto il racconto delle competenze sviluppate, e valutate.

In prospettiva, uno dei punti più importanti è che la certificazione delle ore di alternanza sia spendibile. Per questo occorre una sorta di certificazione delle competenze molto ben fatta e “autorevole” (cioè, una sorta di diploma).

 

LA LINGUA COME OGGETTO DI INDAGINE: IL LABORATORIO DI GRAMMATICA

Dal diario della coordinatrice didattica della scuola primaria Maria Burrafato e della maestra Barbara Fronda

A differenza di altre discipline, come ad esempio le scienze, le lingue e la matematica, la didattica laboratoriale rimane per l’italiano un concetto che fatica ad attecchire e che si accompagna di solito ad attività progettuali extra-curriculari o interdisciplinari. Ad esempio, per l’insegnamento della grammatica la maggior parte degli insegnanti e dei libri di testo si rifà al modello tradizionale legato a una didattica frontale e trasmissiva e a un apprendimento di tipo mnemonico. In questo laboratorio immersivo sono stati presentati gli esiti e le testimonianze di un progetto di ricerca in cui un gruppo di docenti, dalla prima primaria al secondo anno del biennio, hanno provato a introdurre nella loro pratica didattica un diverso modello teorico grammaticale, quello della grammatica valenziale e ad indagarne la possibile trasposizione in un protocollo di lavoro in classe di tipo attivo, ovvero in un modello di laboratorio di riflessione sulla lingua. Vedremo come una lezione di grammatica possa mutuare dalla didattica delle scienze la metodologia investigativa, ovvero come la lingua possa diventare oggetto di scoperta e di indagine da parte degli alunni, guidati a “rintracciare” quella struttura grammaticale che è già in loro possesso in quanto parlanti e che ha solo bisogno di essere esplicitata e sistematizzata.

Di fatto è stata una introduzione alla grammatica valenziale, impostato in forma laboratoriale, sullo stesso tema seguito dai nostri insegnanti della primaria e secondaria al Gonzaga lo scorso anno.

 

SCIENTIX: CURIOSITÀ, MOTIVAZIONE, APPRENDIMENTO

Quale connubio possibile nell’insegnamento delle STEM?

Dal diario della coordinatrice didattica della scuola primaria Maria Burrafato, della maestra Barbara Fronda, del prof. Cirrito.

SCIENTIX è il progetto europeo che fornisce ai docenti occasioni formative di alta qualità per motivare gli studenti agli studi scientifici e contribuisce allo sviluppo di iniziative nazionali per una più diffusa adozione di approcci efficaci e coinvolgenti all’educazione scientifica. SCIENTIX ha creato a questo scopo un ricchissimo portale e una comunità aperta e internazionale di docenti, ricercatori in ambito pedagogico, decisori politici e altri professionisti dell’educazione STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Un gruppo di entusiasti docenti Ambasciatori, durante questo workshop, farà conoscere le opportunità offerte da SCIENTIX e alcune esperienze concrete, ispirate da questo progetto, realizzate con i propri studenti.

Si parte con la pedagogia delle STEM coi piccoli. Si inizia mettendo in luce la necessità di sostenere meraviglia e il guardare lento. I bambini dell’infanzia questo “guardare lento” ce l’hanno ancora, invece dopo si perde a causa degli educatori che danno troppe risposte. Inoltre occorre insegnare coinvolgendo tutto il corpo, un corpo che parla, che canta, che fischia, un corpo che ha memoria, il corpo con le sue emozioni… perché tutto ciò favorisce il pensiero, mettendo in relazione parole e simboli a forme e quantità.

Poi si è passati a trattare l’insegnamento della fisica e della matematica, facendo leva su Inquiry Based Learning. Un approccio basato sul metodo di indagine-scoperta in cinque fasi: nella prima fase si dovrebbe stimolare la curiosità dell’alunno. Questa dovrebbe essere sollecitata anche per gli studenti “grandi”. La curiosità dell’apprendimento permette un apprendimento “solido” dei contenuti.

Si è concluso con l’importanza delle opinioni nell’insegnamento/apprendimento della matematica. Alla domanda: perché è importante la matematica? Perché la matematica insegna ad argomentare e insegna il “gusto del perché”. Allora, cosa si dovrebbe fare a scuola nella didattica della matematica? Si dovrebbe creare un ambiente, anche fisico, che aiuti a stimolare la curiosità nello studente. Si esaminano anche i casi di “scena muta”: se il prof chiede subito i perché, di solito si assiste alla “scena muta”. Ciò perché nella mente dello studente parte un loop da cui non si esce. Un buon insegnante, anche in caso di risposta giusta, dovrebbe sempre usare il metodo di far chiedere allo studente il perché. Ciò al fine di comprendere che la matematica non è un’opinione, ma è piena di opinioni ed è interessante ascoltarle.

 

SCIENCE CONTENT DESIGN

Dal diario della prof.ssa Lavinia Robba

L’obiettivo principale del workshop è stato quello di porre attenzione al tema dell’insegnamento delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Sono state proposte riflessioni e sperimentazioni sull’insegnamento/apprendimento delle materie scientifiche attraverso l’uso delle nuove tecnologie e si è approfondito il rapporto tra diffusione della cultura tecnico-scientifica e crescita delle opportunità di occupazione per i giovani, con particolare attenzione al divario di genere e al ruolo della donna. Si affronteranno tre tematiche, terreno su cui si svilupperà il seminario: il modello culturale dei “contenuti” per un docente ricercatore; il ruolo delle tecnologie nella didattica delle STEM; la comunicazione scientifica e il public engagement.

E’ stata sottolineata l’importanza delle scienze nella scuola e si è pubblicizzata una piattaforma di risorse per l’insegnamento delle scienze nella scuola. Due siti web a cui iscriversi Esiste un corso ministeriale a cui ci si può iscriversi anche online, per imparare questi esperimenti.

 

SOLUZIONI TECNOLOGICHE PER I LABORATORI 4.0 NELLE SCUOLE

Dal diario della prof.ssa Lavinia Robba

Il settore dell’automazione è in forte sviluppo in tutto il mondo. La robotica accelera la crescita della produzione industriale, rende più sicuri i luoghi di lavoro, migliora la qualità e riduce i costi di trasformazione. L’Italia è il secondo mercato europeo per la robotica e il settimo Paese al mondo per numero di installazioni di robot. Inoltre, l’automazione è oggi un settore in continua evoluzione. La robotica aperta, intuitiva e facile da usare guarda già oggi ad uno scenario di collaborazione tra uomo e robot applicabile anche ai contesti della vita quotidiana. In questo scenario, diventa fondamentale che gli studenti di oggi possano sviluppare a scuola le competenze utili per il contesto professionale in cui si troveranno a operare al termine del loro percorso di studi.

Sono state presentate le soluzioni di due grandi player del settore che hanno attivato in questi anni numerose collaborazioni con le scuole: Festo e Comau.

Festo presenta un’esperienza in diretta con Robotino, un robot industriale mobile dotato di caratteristiche tecnologiche innovative, e Tec-2Screen, uno strumento innovativo basato su tablet, per studiare, progettare, sperimentare e collegarsi al mondo esterno.

Comau presenta il progetto attivato nell’anno scolastico 2016/2017 “La robotica entra in classe!”, un’innovativa esperienza formativa che permette di conseguire una certificazione aziendale abilitante all’uso e alla programmazione di un vero robot industriale.

 

DIDATTICA PER SCENARI

Dal diario del preside delle medie, prof. Vito Chiaramonte

La “Didattica per Scenari” è un approccio che si prefigge di introdurre in classe pratiche didattiche innovative potenziate da un uso efficace delle tecnologie. Punto di partenza sono gli “scenari”, ovvero le descrizioni di contesti di insegnamento/apprendimento che incorporano una visione di innovazione pedagogica centrata sullo sviluppo delle competenze per il XXI secolo. Ogni “scenario” incorpora una differente visione e fornisce un set di indicazioni – le “Learning Activities” – attraverso le quali il docente arriva a scrivere e implementare il proprio personale progetto didattico, cioè la “Learning Story”.

Sei gli step di learning activities:

  • Design brief
  • Contextual inquiry observation
  • Product design
  • Participatory design workshop
  • Final product design
  • Reflection

In sintesi, si costruiscono compiti autentici con il prodotto finale. Il valutatore non è il prof, ma un terzo, esterno all’aula e alla scuola, che può anche essere un esperto.  

Di fatto la didattica per scenari è la prova autentica: l’alternanza scuola lavoro, i nostri “research fridays” dello STEM.

 

WORKSHOP 29 SETTEMBRE 2017

 

INNOVARE LA DIDATTICA CON LA FLIPPED CLASSROOM

Dal diario del prof. Alessio Cirrito

 

L’idea-base della flipped classroom (lezione capovolta) è che la lezione diventa compito a casa mentre il tempo in classe è usato per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori. In questo contesto, il docente non assume il ruolo di attore protagonista, diventa piuttosto una sorta di mentore, regista dell’azione pedagogica. Nel tempo a casa lo studente può utilizzare largamente video e altre risorse e-learning come contenuti da studiare, mentre in classe gli studenti sperimentano insieme, collaborano, svolgono attività laboratoriali. A tutti gli effetti il flipping non è tanto un approccio pedagogico, quanto una filosofia da usare in modo fluido e flessibile, a prescindere dalla disciplina o dal tipo di classe.

Il workshop di oggi è partito dalla spiegazione di tale metodologia didattica utilizzabile in qualsiasi materia, principalmente per gli alunni della scuola secondaria. I relatori del workshop hanno sottolineato i vantaggi e i possibili rischi di questa metodologia. Sono stati evidenziati i seguenti possibili vantaggi:

-Motivazione;

-Aumento dell’autostima e dell’autonomia;

-Flessibilità degli spazi e dei tempi dell’apprendimento;

-Individualizzazione dei percorsi di apprendimento;

-Apprendimento cooperativo.

Il rischio principale, invece, risiede nel delegare alla rete internet la responsabilità dell’apprendimento degli studenti.

Ulteriore vantaggio di un capovolgimento della didattica è quello di sviluppare tutte le abilità di pensiero presentate nella tassonomia di Bloom, a partire dalle più basse (capire, ricordare) fino alle più alte (valutare, creare).

Per realizzare la flipped classroom sono necessari  materiali tecnologici (Rete Wi-Fi, Lan, Computers) e una predisposizione delle aule in assetto flipped (banchi facilmente movibili per la realizzazione di isole adatte a lavori di gruppo, lavagne, Lim).

All’interno della lezione capovolta viene assegnato ai ragazzi, suddivisi in piccoli gruppi, un compito autentico o di realtà. La presentazione del compito autentico avviene generalmente in modo evidente attraverso la visione di un video, l’ascolto di un file audio, una presentazione, ecc. A tal fine sono state presentate alcune app e softwares realmente utilizzabili dai docenti (ED PUZZLE, TES TEACH with Blendspace, Kahoot). Tale compito richiede di risolvere problemi posti da situazioni concrete che mettono in gioco conoscenze, abilità e competenze. È un compito complesso da svolgere e quindi sfidante, spesso prevede più soluzioni e generalmente prevede la realizzazione di attività. I relatori si sono soffermati inoltre su come realizzare un compito di realtà e da cosa esso dovrebbe essere sempre costituito; in esso dovrebbe essere sempre presente e ben distinguibile un titolo, l’ordine di scuola, la consegna chiara del prodotto e le competenze disciplinari che tale compito dovrebbe sviluppare e potenziare. Alla fine è sempre opportuno inserire una check-list utile agli studenti come guida per la realizzazione del loro prodotto e una rubrica di valutazione utile sia al docente, che può così attribuire facilmente una valutazione formativa agli alunni, che agli alunni stessi per aumentare la loro capacità di autovalutazione. Si rimanda al seguente link per la visione di un padlet contente materiale didattico interessante e alcuni compiti di realtà predisposti dai corsisti stessi.

www.padlet.com/ibucciarelli/didacta_flipped

 

 

LA DIDATTICA LABORATORIALE

Dal diario del prof. Alessio Cirrito

 

La didattica laboratoriale si basa sullo scambio intersoggettivo tra studenti e docente in una modalità paritaria di lavoro e di cooperazione, coniugando le competenze dei docenti con quelle in formazione degli alunni. La ricerca condotta con questo metodo diventa un percorso didattico, che non trasmette soltanto conoscenze, ma, molto spesso, apre nuove piste di conoscenza e produce nuove fonti documentarie.

Il percorso laboratoriale nello studio della fisica non ha come fine ultimo quello di produrre una ricerca con esiti scientifici inoppugnabili, bensì quello di far acquisire agli studenti conoscenze, abilità e competenze didatticamente misurabili. In tale ottica l’ insegnante cessa di essere un semplice trasmettitore di conoscenze ma diventa uno stimolatore di curiosità nell’ alunno, un attivatore dei processi mentali più complessi. Con la didattica laboratoriale in fisica gli studenti passano dal CREDERE  al SAPERE e quindi infine a CAPIRE intrinsecamente il fenomeno fisico studiato, che smette di essere relegato al laboratorio scolastico ma presente in tutti i momenti della vita degli studenti. La fisica attraverso il laboratorio permette di capire i fenomeni e soprattutto di fare previsioni. Lo studente attraverso l’osservazione sviluppa la capacità di formulare ipotesi e di verificarle o smentirle. Durante il workshop siamo stati anche invitati a ragionare sulle componenti aleatorie non eliminabili presenti all’ interno di ogni esperimento; esse possono solo essere tenute sotto controllo attraverso l’uso di strumenti statistici. Di fondamentale importanza è stata la presentazione della piattaforma LS-OSA utile e gratuita per tutti i docenti. Attraverso la registrazione a tale piattaforma i docenti possono condividere i loro materiali didattici e utilizzare le risorse già inserite nella piattaforma.

Altro punto cardine del workshop e’ stato ragionare sulla possibilità di realizzare dei laboratori a basso costo in cui i docenti, opportunamente istruiti, possono realizzare e verificare esperimenti notevoli. Nel dettaglio è stata presentata un’ esperienza di laboratorio a basso costo sulla determinazione sperimentale del valore della costante di Planck, costante fondamentale nella fisica quantistica (si ricordi l’ adattamento delle indicazioni nazionali per il quinto anno del liceo scientifico, in base a cui lo studio della fisica moderna e quantistica diventa parte integrante e fondamentale). Nella realizzazione dei laboratori a basso costo si è sottolineata la possibilità di utilizzare dei softwares scaricabili gratuitamente (es. GRAFICAL ANALYSIS vers. 4) che permettono di collezionare e registrare un set di dati sperimentali trovando la curva di best fit per il set di dati in questione.

 

 

L’ AULA 3.0 E GLI APPRENDIMENTI DEGLI ALUNNI: ESEMPI PRATICI DI UTILIZZO DELLE TECNOLOGIE.  

Dal diario del prof. Alessio Cirrito

 

Il workshop è stato tenuto da due docenti dell’ ITIS Majorana di Brindisi, che hanno presentato e raccontato il progetto attivato nella loro scuola, progetto che prevede la realizzazione di una scuola con aule 3.0  e di eliminare gradualmente i libri in formato cartaceo.

L’aula 3.0 è in buona sostanza uno spazio fisico tecnologico, in cui gli alunni lavorano nella tecnologia e non per o con la tecnologia. Tale modello di aula permette di avere una liquidità di contenuti, una multimodalità dell’azione didattica, una flessibilità nella sua composizione e una permeatività nella trasmissione dei contenuti.

La loro proposta parte dal concreto eliminando i libri acquistati dai genitori e convincendo questi ultimi (attraverso incentivi) all’acquisto di un I-pad per ciascun alunno.

 

 

AUTONOMIE IN GIOCO e PEER TUTORING

Dal diario della prof. Lucia Sessa

 

Il workshop è stato proposto dal movimento delle Avanguardie Educative (Indire) che nasce nel 2014 con l’obiettivo di portare a sistema le esperienze più significative  di trasformazione del modello organizzativo e didattico della scuola.

Il Manifesto di Avanguardie propone 15 Idee che si possono adottare; le scuole possono adottare anche una sola Idea, per entrare nel circuito , dove possono anche proporre una loro Idea di innovazione. Le Idee infatti si inseriscono nell’unico grande mosaico dell’innovazione della scuola. In tre anni il numero delle scuole in Italia coinvolte è salito da 22 a 613.

 

Di seguito alcuni spunti :

La riflessione più forte e più volte ribadita è che la nostra società non consente ai bambini di autodeterminarsi, ciò è dovuto alla paura che legittimamente attanaglia gli educatori.

Di fatto: il bambino non si muove da solo, il suo tempo libero è sempre guidato da un adulto, non gioca più all’aperto- ciò aumenta l’ansia, diminuisce la creatività, diminuisce la capacità di esternare sentimenti /emozioni, rende meno capaci di fare sintesi- il tutto si traduce in un calo dell’autonomia che è dunque compromessa da questa IPERPROTEZIONE che l’adulto esercita  sul bambino, che finisce per “ essere agli arresti domiciliari scolastici”; a scuola  infatti  il gioco libero e spontaneo, che è il presupposto per la crescita e dunque l’autonomia del bambino, è proibito o è un’esperienza didattica.

… il più grande rischio è non correre rischi…E’ necessario avere coraggio per insegnare

Proteggere qualcuno, non vuol dire tenerlo sottoterra

Alla luce di queste considerazioni pedagogiche si collocano gli

Asili nel bosco, il cui assioma è che NON SI PUO’ GIOCARE SENZA RISCHIARE.

Il rischio è un elemento imprescindibile anche per la maturazione dei lobi frontali, preposti al controllo delle emozioni e a inibire gli impulsi.

Il gioco libero infatti  determina apprendimento spontaneo del bambino, a livello motorio, affettivo, relazionale. La mancanza, di contro, contribuisce statisticamente all’aumento di psicosi in bambini e adolescenti: depressione, disturbi dell’ alimentazione etc

Oggi, genitori e insegnanti tendono a dare ai bambini messaggi di paura. Spesso impediamo loro di crescere attraverso il corpo, nel contatto con la natura. Fornire al bambino esperienze di avventura,  di ignoto, lo fa sentire artefice della propria vita, e ne promuove l’autostima. La mancanza di queste dimensioni preclude invece lo sviluppo dell’autostima.

In tutto il mondo ci sono Asili nel Bosco, perché si è sempre più consapevoli che i bambini reclamano libertà e movimento, attraverso tutti i disturbi di apprendimento e di iperattività, legati al “ deficit di natura”. La bellezza e dunque la natura costituiscono un principio educativo fondamentale.

Le esperienze più forti nascono sempre in quartieri poveri e malfamati.

La scuola dunque come ambiente vivo, con un contagio vitale, che facilita la collaborazione più che la competizione, che promuove la manualità: la mano che lavora aiuta a trovare un equilibrio interno, a pacificarsi… Guardare negli occhi i nostri alunni, chiamarli per nome.

Si è detto che l’autonomia è presupposto per la crescita. L’autonomia si lega  tuttavia sempre all’interdipendenza e alla responsabilità. Da qui le esperienze di altre scuole relative a:

Apprendimento autonomo e peer tutoring

L’apprendimento autonomo si promuove attraverso una serie di pratiche/ modalità operative

  • Redazione di un regolamento condiviso
  • Lavoro individuale inserito nell’orario scolastico( scuola senza pesi!)
  • Pratiche di autovalutazione: riflessione e riposizionamento
  • Sistematica proposta di lavoro collaborativo
  • Materiale scolastico condiviso
  • “ Rito del silenzio” uno alzo il dito, quando tutti lo hanno alzato si fa silenzio…
  • Circle time, che promuove l’ed all’affettività
  • Laboratori
  • Peer tutoring, con assegnazione, ben organizzata  e alternata da parte del docente, dei ruoli di tutor e tutorato. Si cerchi per quanto possibile di assegnare a ciascun alunno un incarico di tutor… Il peer tutoring riduce sensibilmente gli atteggiamenti di bullismo.
  • Un bambino responsabile della biblioteca
  • Turni di squadre di ragazzi che gestiscono  la mensa, distribuzione pasti, riassetto della sala da pranzo etc,
  • Organizzazione di conferenze su un determinato argomento, concordato con il docente, ma gestito quasi interamente dai ragazzi.

 

 

TECNOLOGIE E METODOLOGIE DIDATTICHE INNOVATIVE PER DSA

Dal diario della prof. Maria Sammartano

Il workshop ha avuto forma di conferenza. Erano presenti il dott. Giacomo Stella (sociologo e psicologo nonché maggiore esperto in Italia dei disturbi dell’apprendimento), il prof. Giuliano (Dirigente scolastico dell’ITIS Majorana di Brindisi), la dott. Bocciolini (psicologa e insegnante di educazione motoria).

Il prof. Stella ha tenuto una vera e propria lectio magistralis su cosa sia la dislessia.

I disturbi dell’apprendimento del bambino hanno origini remote. Un bambino nasce dislessico, discalculico, disortografico. Il punto è che tale disturbo emerge con la scolarizzazione: essa mette a nudo (non determina) un’anomalia nel meccanismo dell’apprendere. I bambini con disturbo dell’apprendimento hanno difficoltà ad accumulare esperienze ed apprendimenti espliciti (e comunicazione di essi), cioè non impareranno mai qualcosa che viene loro spiegato tante e tante volte, in tanti modi diversi. I bambini con DSA hanno bisogno di crearsi (materialmente) delle rappresentazioni mentali. I bambini che non hanno DSA creano autonomamente rappresentazioni mentali sulla base di ciò che apprendono implicitamente (senza che nessuno insegni loro qualcosa) ed esplicitamente (quando qualcuno insegna loro qualcosa).

Apprendimento implicito: Noi apprendiamo e cataloghiamo tutto ciò che sperimentiamo e incontriamo sulla base delle esperienze precedenti. Esse creano una rappresentazione nel nostro cervello: ad esempio giudichiamo buono un caffè sulla base dei caffè che abbiamo bevuto precedentemente. Moltissime rappresentazioni del nostro cervello derivano da un apprendimento implicito, un apprendimento cioè che deriva non da qualcosa che ci è stato insegnato, ma da qualcosa che abbiamo vissuto.

Apprendimento esplicito: Alcune rappresentazioni derivano da qualcosa che ci è stato insegnato: ad esempio sappiamo leggere l’orologio o sappiamo le tabelline perché qualcuno ce l’ha insegnato. E il nostro cervello ha creato una rappresentazione, uno schema (magari tutto nostro) che ci permette di ricordare, comprendere, gestire tabelline e orologio. Chiaramente grande importanza ha la memoria…ma non solo…grande importanza hanno le rappresentazioni.

Esistono dei bambini che non imparano. Sono i bambini che un tempo venivano catalogati come stupidi, o pigri, o svogliati, o discoli ecc ecc. oggi sappiamo che alcuni bambini non imparano qualcosa che viene loro spiegato, non perché siano stupidi ma perché hanno un dsa.  Molto spesso sono bambini che non hanno capacità organizzative spazio temporali, bambini cioè che non sanno in che mese si trovano, non sanno i giorni della settimana, non si orientano in una sequenza di numeri (non sanno cioè contare in avanti o indietro), bambini che non si orientano sul calendario. Una delle caratteristiche dei bambini dislessici è proprio questa. Questi bambini non creano (sulla base di qualcosa che gli viene spiegato) una rappresentazione mentale, per cui hanno bisogno di una rappresentazione mentale concreta ed esperienziale che possa fornire loro un orientamento. Si è capito che bambini dislessici non creano rappresentazioni tramite le spiegazioni…ma tramite le esperienze. Non immagazzinano nulla che venga loro spiegato, ma immagazzinano solo se esperiscono. Un esempio è l’uso del calendario: usare, sfogliare, contare i giorni con una X, voltare la pagina che indica il mese, sono modi per esperire il tempo che passa…e creare una minima rappresentazione che possa aiutarli nell’organizzazione spazio temporale. Una volta imparato come funziona il calendario il bambino dislessico avrà fatto un passo in avanti e il prof. Stella suggerisce caldamente di non fare l’errore di togliere lo strumento esperienziale…il bambino, il ragazzo, L’adulto ne avrà sempre bisogno. Gli strumenti esperienziali sono (a scuola) i cosiddetti strumenti compensativi (schemi, tabelle, uso di app, pc, uso di carattere speciale ecc.), che non vanno mai tolti e che il professore suggerisce di usare per tutti gli alunni, non solo per il dislessico.

Nella seconda parte del laboratorio il prof. Giuliano ha presentato la sua scuola ed ha raccontato come tramite la classe capovolta, l’uso di tablet e e-book, i ragazzi con dsa riescano ad apprendere meglio.

Nella terza parte la professoressa Bocciolini ci ha illustrato il metodo Antantès, sperimentato nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria nella prevenzione dei disturbi dell’apprendimento. Questo metodo si basa sull’utilizzo del canto, della musica, della danza, del gioco. Esso sollecita lo sviluppo delle connessioni neuronali che servono per apprendere: sollecita il senso del ritmo, la coordinazione, l’equilibrio. Il metodo Antantès si basa in particolare sul metodo Kodahi (un metodo ungherese) che attraverso il canto favorisce l’esperienza, l’attenzione, la memoria, La sequenzialità, il rilassamento. Questi elementi sviluppano protezione al rischio dislessia e altri disturbi.

 

LA VALUTAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI PER PROMUOVERE L’INNOVAZIONE

Dal diario della prof. Maria Sammartano

Il workshop ha avuto forma di debate. Le due posizioni erano quelle del prof. Ricci (responsabile nazionale delle prove Invalsi) e quella del prof. Castoldi (professore di didattica e pedagogia dell’Università di Torino)

Castoldi: porta avanti la tesi dello scarso valore delle prove standardizzate nel valutare gli apprendimenti. Questo perché il ruolo formativo e quello valutativo non devono mai essere in disaccordo. La valutazione è essa stessa una risorsa per apprendere ed è essa stessa una fase all’interno del processo di cambiamento. Essa ha solo un valore diagnostico e può servire per progettare innovazione e promuovere l’apprendimento. Castoldi non è contrario alle prove invalsi ma vorrebbe che esse avessero un approccio bottom up e non  un approccio top down. L’invalsi è uno strumento misurativo e non valutativo.

Ricci: le prove invalsi sono un contributo possibile alla valutazione degli apprendimenti poiché sono uno strumento valutativo operativo. La tecnologia è l’elemento modificatore della valutazione poiché fornisce degli strumenti concreti Alle scuole, tramite la somministrazione elettronica delle prove. Alle scuole poi viene restituita una scala e si associa ad un livello il risultato (cosa l’alunno sa fare) tramite esempi concreti. Questo permette di ottenere grande trasparenza e oggettività. Purtroppo non si può ottenere la personalizzazione ma riferimenti oggettivi. Questo può aiutare molto nel rapporto con i genitori. Per quanto riguarda il rapporto tra invalsi e bes: nei dsa la prova standardizzata non può servirci  per ottenere informazioni, essa invece fornisce informazioni sulle difficoltà sociali degli alunni. I ragazzi svantaggiati socialmente devono sostenere la prova invalsi ed essa è un modo per aiutarli, per aiutare il MIUR a valutare il disagio, per non permettere che i bambini svantaggiati restino chiusi nel loro svantaggio.

 

 

 

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